Non subire il social web

Ultimamente sono un po’ latente da queste parti. Il tempo, ahimè, è tiranno e la velocità con cui si evolve il mondo non lo rende molto più docile. Dovrò anche io, prima o poi, decidermi a fare un po’ di selezione della mia presenza in rete, prima di fondermi completamente.

Proprio per questo , in questi giorni, verificavo la quantità di account che ho attivi in rete. Oltre a Facebook, Twitter e LinkedIN il numero di social cosi a cui sono iscritto ormai inizia a diventare ingestibile: FriendFeed (che non ho mai usato molto); Tumblr & Amplify (dove talvolta condivido articoli, immagini, citazioni in modo collegato); Viadeo; Meemi; Quora; … e non so quanti altri [ Anzi, se per caso trovate un mio account da qualche parte, segnalatemelo pls 🙂]

A questo punto: a cosa serve l’onnipresenza sulla rete quando non si riesce più a gestire gli account?

La gestione del social web è un lavoro che rischia di essere a tempo pieno e che ha dei costi, specie quando è anche uno strumento professionale e non ci si vuole limitare a “sindacare” link, ma intrattenere “conversazioni”. Detto questo per poter partecipare alla conversazione, è necessario essere presenti laddovè avviene. E non ci sono tool di monitoraggio che tengano, la presenza è presenza e se non si ha un team che può seguirla, è obbligatorio scegliere.

Ma come?

Il principio è lo stesso che vale anche per le aziende. Andando dove si ha il massimo del ritorno, tenendo aperte le porte ad altri canali, ma focalizzando gli sforzi laddove è conveniente farlo. Non è detto che FB, Linkedin, Twitter siano i luoghi giusti, non c’è una regola fissa.

L’analisi anche personale della propria presenza in rete, deve servire ad evitare di subire il social web e di non esserne soffocati. Per chi lo utilizza anche come strumento di lavoro, significa ad esempio migliorare il propira capacità di engagement e, magari, rientrare nella lista di influencer.

4 thoughts on “Non subire il social web

  1. Claudio Iacovelli

    Sono numerose le piattaforme che consentono a ciascuno di noi di assumere una particolare identità, alcune come LinkedIn intendono dare una connotazione professionale di chi siamo e di cosa facciamo, altre come Facebook permettono di associare relazioni a ricordi ed esperienze, probabilmente dando una caratterizzazione personale alle storie. Certamente questa crescente disponibilità delle piattaforme si traduce in una possibile dispersione: se si attivano diversi profili, si corre inesorabilmente il rischio di trascurarne alcuni, anche perchè le conversazioni che avvengono, continuamente, nelle differenti “isole di comunicazione” sono di fatto troppe. Probabilmente quando si decide di attivare un profilo non si riflette attentamente sul livello di impegno che potrà conseguirne, forse in molti prevalgono la curiosità e la voglia di esserci comunque. Si possono correre appunto i rischi che il “presenzialismo” genera anche nella vita concreta: per cercare di incontrare un pò tutti, si può diventare generici con molti, a discapito della qualità delle relazioni.

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