Déjà vu

Ci sono corsi e ricorsi storici, e schemi di comportamento che noi Italiani abbiamo perpetrato ciclicamente in vari ambiti.

Dopo il grande successo del Cinema muto italiano prima della Prima Guerra Mondiale (in cui le case di distribuzione americane compravano i nostri film a scatola chiusa), l’industria non ha saputo rinnovarsi ed entra in una fase di profonda crisi. Tanto che George Kleine, distributore che in america aveva l’esclusiva dei film prodotti sin dal 1907, scrive a Pedrazzini, direttore della CINES:

“A mio parere una società che desidera conquistare il mercato americano deve essere consapevole che lo stile italiano di recitazione, così come il tipo di storia che attrae i pubblici latini non avrà alcun interesse per il pubblico americano” – G. KLEINE, Memorandum for Dr. Pedrazzini (12 Novembre 1923), in Kleine Papers, Motion Picture Division, Library of Congress, Washington

Tra le cause di questo mancato “ammodernamento”, secondo Gian Piero Brunetta, vi è anche la mancanza di un ricambio generazionale. Gli uomini “non sembrano più in grado di percorrere nove strade, di concepire prodotti per il mercato internazionale” (Gian Piero Brunetta (2003: 61), Guida alla storia del Cinema Italiano,Giulio Einaudi Editore s.p.a, Torino). “Da un certo momento in poi si ha l’impressione che i diversi soggetti in campo – produttori, resgisti, attori, critici e pubblico – siano incapaci di comunicare tra loro. Il disorientamento cresce anche a causa […] dell’emorragia di tecnici e maestranze attirati da altri paesi europei.(ibid.)

Ho una sorta di Déjà vu. Voi no?

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Simone Favaro

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