Il nervo scoperto

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“Eco e gli imbecilli” potrebbe essere il titolo di un social book sulla polemica scatenata dalla conferenza di Umberto Eco in cui asserì che “Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità”. Non mi dilungherò qui sulla interpretazione di quanto detto da Eco (esiste già una cospicua letteratura on-line :-)).

Mi permetto tuttavia di fare qualche appunto sulle reazioni sproporzionate che il suo intervento ha generato. (su DataMediaHub potete vedere il filmato completo).

Eco deve aver toccato un nervo scoperto, in particolare presso i campioni che si sono sentiti oltremodo offesi da una mera analisi sociologica. Si è riaperta la diatriba tra “il vecchio che non conosce”, che vende minacciata la sua autorevolezza ed il nuovo che, seppur senza titoloni, sta facendo crescere il proprio seguito.

Tra i vari articoli letti in giro, il post di Gigi Cogo di qualche giorno fa mi sembra quello che meglio esprime il perché della reazione a mio avviso spropositata a una mera analisi sociologica.

Non me ne voglia Gigi, sa quanto lo apprezzi per la sua attività divulgativa e per la sua conoscenza della rete. Alcune delle riflessioni che sto per fare, ho avuto modo già di condividerle nei commenti del suo post.

Scrive Gigi:

Ovviamente Umberto Eco rappresenta al meglio e con ampi e continui riconoscimenti questa specie di dotto esperto mega-super professorone che, rispetto alle nuove tecnologie ma soprattutto rispetto all’espansione e inclusione di massa che esse determinano, si sente obbligato a stigmatizzare la sua superiorità culturale e lo schifato distacco.

Innanzitutto Eco non ha oggi, e non ha mai avuto uno schifato distacco nei confronti della rete. Non almeno come Michele Serra (lui si, se potesse, spegnerebbe Internet domani mattina). Tanto è vero che nei primi anni 90, Eco fu tra i primi in Italia a studiare le potenzialità degli Ipertesti e della rete. Ricordo a tal proposito un esperimento di un racconto ipertestuale in cui ogni parola di un paragrafo apriva un nuovo capitolo della narrazione, generando percosi narrativi sempre diversi.

Il problema di fondo che assale lui e i suoi simili, e al quale non sanno dare una risposta, è che davvero oggi uno sconosciuto persino agli inquilini del suo condominio può diventare un personaggio influente in rete. Ciò tormenta Eco e altri suoi pari al punto da portarli a condannare tutti quelli che hanno influenza in rete come ignoranti, incompetenti o meglio ancora: imbecilli.

Eco nel suo discorso non condanna chi ha influenza in rete. Quello che dice è che c’è il rischio che una bufala diffusa in rete non abbia limiti nel diffondersi se diventa virale. E questo costituisce un problema di formazione del pensiero. Come sappiamo, la narrazione, in particolare in una società interconnessa, è realtà.

L’ultima uscita di Eco fissa per sempre questa supposta superiorità culturale e non lascia scampo a interpretazioni diverse: ‘Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità’.

Inserito nel contesto completo del suo intervento, l’affermazione di Eco è inoppugnabile. Proprio perché è una comunicazione non-mediata, chiunque (anche lo scemo del villaggio) può diventare portatore di verità. Per le ragioni dette prima, quando diventa influente, diventa pericoloso.

Dunque influenza è diverso da competenza. E ci mancherebbe altro. Nessuno obbietta questo.

Il problema vero sta nel riconoscimento della pari dignità.

Questo Eco non lo tollera. La dignità va riconosciuta solo ai dotti certificati, mentre agli influenti viene assegnata la gogna da ‘bar sport‘.

E qui si genera il bias che, secondo me, ha fatto scatenare l’ira funesta di molti. Riconosce Gigi che Influenza e Competenza non sono la stessa cosa, ma ne richiede la pari dignità. In realtà, l’influenza dovrebbe essere generata da Competenza (o almeno così abbiamo sempre detto): so, sono esperto, conosco e quindi sono riconosciuto come influente. Quanto sembra suggerire Gigi, invece, è che possa esistere Influenza senza Competenza. Ho scritto poco fa in un commento al post:

La meritocrazia è un valore “assoluto”, un principio di vita. E’ un modo di essere e non una caratteristica di questo o quell’ambito. Quindi anche l’influenza deve essere meritocratica: sono riconosciuto influente perché ne so. Altrimenti diventa puro artificio comunicativo (sofistico o al massimo ars oratoria) e attraverso di essa può passare qualsiasi cosa e il Fake e il Troll smettono di essere Fake e Troll e diventano opinion leader.

In questo senso Internet è pericolosissimo. Esiste il rischio concreto che in rete diventi Influente chi non conosce ma sa comunicare bene. Quindi l’Influencer diventa un mero contenitore, un mero veicolo di messaggi altrui. Se così, allora, esiste anche il rischio che in rete si propaghi disinformazione portata a livello di verità. E chi abita la rete, se è intellettualmente onesto, deve ammetterlo e riconoscerlo: succede tutti i giorni. Lo scemo del villaggio sarà pure incompetente ma resta pur sempre un Influencer e come tale, influenza le opinioni, plasma la percezione e quindi la realtà.

P.S. Ho scelto come immagine un fotogramma tratto dal Film “Il Nome della Rosa”, tratto dal libro di Eco, perché proprio in occasione della pubblicazione del romanzo, Eco ragionò sui diversi piani di lettura del romanzo: da lettore di gialli, da amante di storia dell’arte, da appassionato di storia medievale. Nelle polemiche sulle dichiarazioni di Eco, mi sembra, che ci si sia fermati al primo livello di analisi.

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