Marketing, Communication and Social Media
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  • La repubblica delle Banane

    Posted on March 6th, 2010 Simone Favaro 1 comment

    Da oggi mi sento autorizzato a non rispettare alcuna scadenza.

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  • «Nessuno paga, piccole aziende al collasso» – Corriere del Veneto

    Posted on February 24th, 2010 Simone Favaro 6 comments

    «Nessuno paga, piccole aziende al collasso» – Corriere del Veneto.

    Crisi Economica - Fonte: http://www.portametronia.it/

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  • Sesto Potere: PadovaNews amplificherà le notizie dei followers

    Posted on February 23rd, 2010 Simone Favaro 1 comment

    Padova News farà da amplificatore ai propri followers che pubblicheranno tweet con tag #pdnews. La notizia è stata veicolata dalla stessa redazione ieri su Twitter:  PadovaNews farà un retweet dei post che utilizzeranno il tag e le cui notizie saranno il più complete possibili.

    Sesto Potere - Il Tweet di Padovanews

    Padova News – il quotidiano di Padova On Line – è il primo organo di informazione mainstream che ha iniziato ad utilizzare #pdnews subito dopo la mia proposta, sempre via twitter, di aggregare le notizie relative a Padova con l’hashtag #pdnews. L’idea deve essere piaciuta, visti i retweet alla proposta e l’utilizzo dell’hashtag da parte di alcuni.

    La proposta era nata lo stesso giorno del post sulla micro e macro informazione che, a sua volta, si basava su riflessioni fatte in merito all’informazione iperlocale, di cui Mirano Community Network è probabilmente tra i primi esperimenti.

    Oltre a #pdnews, come ho pubblicato su FriendFeed [RSS Link] via GoogleBuzz, esistono i tag: #venews per Venezia, #tvnews per Rovigo, #vrnews per Verona, #vinews per Vicenza, #vennews per il Veneto. In sintesi si tratta di costruire un hashtag composto da: # +  [sigla provincia] + news e di renderlo disponibile ai propri follower per taggare le notizie territoriali

    PRECISAZIONI

    Ho commesso un errore di valutazione. PadovaNews di Twitter non è collegata al quotidiano on line PadovaNews precedentemente indicato.

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  • Informazione micro e macro: ecco perché può funzionare

    Posted on February 18th, 2010 Simone Favaro 4 comments

    Sesto potere, micro-informazione, informazione mainstream, mass media

    E’ tempo di seppellire l’ascia di guerra tra l’informazione mainstream, rappresentata dai mass media, e la micro informazione di blog, social network e twitter. Mi sento di dire che l’una non esclude l’altra e che, anzi, l’una ha bisogno dell’altra.

    Oggi le posizioni sono abbastanza nette: i mass media sostengono che la micro informazione non è verificata e che, quindi, si deve stare attenti. I micro-informatori, dall’altra, vedono nel mainstream un sistema pilotato da interessi politici ed economici e, quindi, una informazione di parte.

    Da sempre sono convinto che l’informazione imparziale sia impossibile, anche quando questa si limita a riportare un fatto. L’imparzialità si esprime anche solo nel porre attenzione (volontariamente o meno) più ad un elemento rispetto ad un altro, nella scelta di una parola al posto di un’altra. Per non parlare, poi, delle fonti che vengono citate dove questa tendenza è ancor più evidente.

    Integrare la micro e la macro informazione è possibile. La micro-informazione, per la numerosità dei partecipanti, diviene parte del processo di verifica delle fonti nonché essa stessa può essere una delle fonti da cui attingere notizie. L’informazione mainstream diventa il canale di verifica ulteriore e amplificazione dei temi di interesse della popolazione. L’informazione viene creata dal basso, verificata e diffusa da quella mainstream.

    I vantaggi sono per entrambi le parti:

    • la micro informazione, per il processo di attendibilità che la caratterizza, attua una selezione naturale sulle fonti e opera una verifica misurabile e testabile quantitativamente e qualitativamente (di cui rimane traccia nella rete). Ha inoltre la possibilità di determinare l’agenda setting ed influenzare i temi sociali
    • i mass media hanno la possibilità di accedere a fonti numericamente maggiori e diversificate. Possono verificare quali sono i temi di maggior interesse e confezionare un prodotto di sicuro appeal per i propri lettori (con un evidente ritorno economico in termini di vendite e capacità di attrarre investimenti pubblicitari). Inoltre la possibilità di avere “l’appoggio” dei lettori consentirebbe di riconquistare quell’autonomia da quarto e quinto potere che in questi anni si è persa.

    Disseppelliamo il calumet della pace per creare il Sesto Potere?

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  • Panta rei, la liquidità e il brand adattivo

    Posted on February 15th, 2010 Simone Favaro 3 comments

    Eraclito lo aveva capito qualche “giorno” fa. Tutto scorre, tutto è in cambiamento e, come direbbe Bauman, chi si ferma è perduto.

    Il brand è sempre stato considerato quell’elemento del marketing che doveva dare sicurezza e stabilità. L’affiliazione al marchio, per molto tempo, è stato l’unico elemento di certezza in un contesto sociale altamente mutevole e questa sua caratteristica è alla base del successo di molte realtà aziendali.

    Nella cultura dell’usa e getta, questa certezza è minata. La fidelizzazione del cliente al marchio è diventata un mito, tanto che le politiche di customer retention si configurano quasi sempre come sequestro di persona. Provate a guardare il vostro contratto di telefonia mobile alla voce “Recesso anticipato”: chiunque troverà più conveniente attendere la naturale scadenza, piuttosto di recedere anticipatamente.

    Un tempo esistevano i brand globali. Oggi, non più o sempre meno. Forse Pepsi e Coca-cola sono marchi ancora globali. Già McDonald è un marchio glocale. Un brand a cui vengono associati prodotti studiati per ciascun mercato di riferimento: un tempo McDonald basava la propria strategia sul fatto che, in qualunque parte del mondo fossi, avresti mangiato lo stesso prodotto. Oggi, mantenendo una parte di offerta globale (solo nel marchio di prodotto e non negli ingredienti), il marchio aggiunge valori locali associati alla cucina tipica del territorio.

    I Brand diventano anch’essi liquidi. Mutano al mutare del contesto sociale. Si differenziano sulla base dei cambiamenti. Il loro veicolo è il prodotto. E’ il prodotto che dà valore al brand e non più viceversa. E’ stato il successo di iPod prima e di iPhone poi ad allargare il mercato di Apple e a sdoganarlo dalla nicchia che si era costruito consentendogli – grazie ad una politica di prodotto differente – di guadagnare posizioni anche nel segmento PC, monopolio del duo Intel – Microsoft.

    Il Brand Liquido, quindi, è il brand che si riconfigura attraverso un’offerta anch’essa mutevole ed in continuo adattamento rispetto al contesto sociale. Ed è un discorso valido sia nel segmento consumer sia in quello business…

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  • “Perchè” vivere meglio

    Posted on December 30th, 2009 Simone Favaro No comments

    Chiedere le motivazioni ed il perchè del sentire significa “non vivere” ? Penso proprio di no!

    Sentire e pensare al sentire non sono mutuamente esclusivi. La persona è il risultato di Es ed Io. Il chiedersi il “perché” non esclude automaticamente il sentire ed il vivere. Anzi. Capire a livello conscio cosa e perché succede a livello inconscio accentua infinitamente il sentire perché permette di entrare nel profondo dell’esperienza, di indagarla, di capirne ogni singolo aspetto, di assaporarne ogni sfumatura.

    Significa conoscere se stessi e sviluppare l’intelligenza emotiva. Questa conoscenza permette di capire quello che ci succede e di effettuare scelte consapevoli. In sintesi: di vivere, allontanandosi dal catulliano “quare id faciam fortasse requiris nescio sed fieri sentior et excrucior” per approdare ad un migliore “faber est suae quisque fortunae”. Infatti è possibile comprendere gli effetti di ogni nostra azione, di essere pronti a gestire le conseguenze e quindi di agire consapelvolmente o, se necessario, di evitare situazioni difficili. E’ chiaro che in questo modo non si è più in balia degli eventi, il che tuttavia non esclude comunque il sentirli. Un po’ come con la musica: posso decidere di sentire un pezzo come sottofondo, o di ascoltarlo con attenzione.

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  • Quell’11 settembre

    Posted on September 11th, 2009 Simone Favaro No comments

    Lavoravo da appena 6 mesi.

    Saranno state le 15.30 più o meno quando in ufficio ci accorgemmo che la rete si era impiantata. I siti del Corriere e di Repubblica facevano fatica ad aprirsi, così come anche i siti dei nostri clienti.

    Arriva la telefonata da un mio collega: “Si è schiantato un aereo sulle torri gemelle”, mi dice, “non riesco ad accedere e avere info. E’ tutto bloccato. Ne sai qualcosa?”.  No, gli rispondo io. In effetti non sapevo nulla, non riuscivo a leggere un quotidiano che fosse uno. Sembrava che improvvisamente la rete fosse collassata.

    Ci siamo diretti al bar all’angolo per prendere il caffè, in attesa che si sbloccasse. Entriamo e la TV era sintonizzata sulla Rai a trasmettere le immagini della CNN che entreranno nella storia. Quelle immagini che ancora oggi mi sconvolgono.

    Persone attonite davanti al televisore. Ancora non si sapeva cosa fosse successo. Si ipotizzava un attentato, ma nessuno sapeva dirlo con certezza. Passano pochi minuti ed ecco apparire sul video il secondo aereo. Una fiammata e fumo. Era stata colpita anche la torre nord. Facce attonite, mani nei capelli. Era un attentato. Ora si aveva la conferma. Intanto anche il Pentagono era stato colpito e si diceva che un quarto aereo fosse stato dirottato. La prima torre collassò, poi la seconda.

    Man mano gli avvenimenti si susseguivano, il brusio lentamente scemava come se qualcuno stesse girando la manopola del volume. Un silenzio surreale invase la sala. Un silenzio interrotto dalle sirene dei pompieri, dalle urla catturate da microfoni lontani, dalla voce del cronista che usciva dal televisore.
    Era successo qualcosa di grosso, di veramente grosso e tutti dall’anziano, all’operaio, al barista… tutti sapevamo che il mondo non sarebbe stato più lo stesso.

    Torniamo in ufficio. Silenzio generale. Solo il battere incessante delle dita sulle tastiere. I telefoni non squillano.

    Sono le 19.

    Andiamo a casa.

    “Questa è la storia di una società che sta cadendo e mentre cade, per farsi coraggio, si ripete: fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene… il problema non è la caduta, ma l’atterraggio!”

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  • Venezia, patria dell’innovazione tribale tra cultura e tecnologia

    Posted on September 2nd, 2009 Simone Favaro No comments

    Venezia, un museo a cielo aperto? Mi pare una visione disneyana che non corrisponde per niente alla realtà.

    La città lagunare, infatti, nel corso degli anni si è conquistata un ruolo importante nella Cultura ma, gradualmente si sta aprendo all’innovazione e, in un futuro molto prossimo, diverrà il la città-incubatore dell’innovazione culturale.

    Da un punto di vista industriale, la conversione in corso degli spazi dell’Arsenale, la creazione dell’incubatore di impresa, il centro Vega e la sua prossima apertura alla Musica. Sul versante della tecnologia e del think tanking, iniziative quali Venice Sessions, voluta da Telecom Italia e Nòva24, BatèoCamp ed il prossimo VeniceCamp che rientrano nel progetto Cittadinanza Digitale.

    A differenza di altre città quali Milano e Roma, Venezia è l’esempio più concreto del vilaggio global-tribale: la sua conformazione geografica, isolata dalla “terra ferma”; il melting pot di culture e di investimenti; ma ancora una dimensione di città a misura d’uomo, dinamiche da villaggio in un contesto internazionale. La differenza la fanno le persone, non il ruolo né l’azienda.

    Venezia, da città dei Mercanti e del Commercio a Villaggio delle idee e dell’innovazione. Una città che è ancora in grado di sognare e di rimettersi in gioco.

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  • Parlamento pulito. In Inghilterra è un tema politico

    Posted on May 27th, 2009 Simone Favaro 3 comments

    Mentre in Italia le proposte di riforma del sistema elettorale passano per un incremento dei potere del Primo Ministro, maggiore autonomia decisionale e leggi di tutela per le 4 figure istituzionali, in Inghilterra si discute in modo bipartisan di come ridare la politica in mano ai cittadini

    [...] Mr Brown said that, [...], he will be “talking about how by recall, redress and better representations all local people can have far more influence on local budgets and local decisions, from policing to schooling. Everyone must know that they are being heard.”

    Maggiore indipendenza e libertà ai comuni, maggiore potere decisionale agli elettori nelle amministrazioni locali, dall’ordine pubblico alla scuola, al budget; la possibilità di imporre il dibattito su temi di importanza nazionale attraverso raccolta di firme; permettere ai cittadini di mandare a casa i politici quando questi tengono comportamenti scorretti.

    “I believe there is only one way out of this national crisis we face: we need a massive, sweeping, radical redistribution of power,” he said [Mr Cameron, NdR]. “We must take power away from the political elite and hand it to the man and woman in the street.”

    Insomma, l’esatto opposto di quello di cui si dibatte in Italia dove, chi lo propone, è visto come un sovversivo antipolitico. Consiglio di leggere l’articolo del TimesOnLine.

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  • Il senso delle associazioni di comunicazione

    Posted on May 22nd, 2009 Simone Favaro No comments

    Essere uomini di comunicazione non dipende solo dal titolo di studi e non è sufficiente avere una associazione che rappresenti i laureati. Certo, è importante nel momento in cui devo promuovere una professionalità. Ma come posso farlo se poi il mio biglietto da visita è questo

    Non lo dico solo per critica fine a se stessa e non è questo il punto dell’intervento, ma ritengo che ci debba essere sempre coerenza tra le cose. 

    A cavallo del nuovo millennio, in 12 studenti avevamo dato vita all’AISCOM, Associazione Italiana Sviluppo Scienze della Comunicazione con l’obiettivo di promuovere la figura del professionista di comunicazione e di creare un “laboratorio” di esperienza per i laureandi. Se volete saperne di più, qualche traccia in rete si trova ancora.

    Uno degli aspetti che ritenevamo importante era la collaborazione da un lato e dall’altro la libera iniziativa.

    I Meeting di Scienze della Comunicazione promossi da AISCOM e da Scienzedellacomunicazione.com del caro amico Stefano Mosetti  (promotore anche di AISCOM) erano momenti di palestra per i laureandi. Le 4 edizioni realizzate dal 2000 al 2004 erano itineranti. In ciascuna sede si costituiva un comitato organizzativo composto dagli studenti dell’Ateneo che ci ospitava. C’era il comitato scientifico che includeva il Presidente, i docenti del Corso di Laurea e alcuni professionisti. Sotto il coordinamento del comitato scientifico (e non dell’associazione), gli studenti si occupavano di tutto: location, agenda, sponsorizzazioni, media relation. Insomma: una macchina di lavoro in cui ognuno poteva trovare il proprio posto e poteva mostrare quello che sapeva fare

    Oggi lo chiameremo Social Network, ieri Community o Associazione: l’etichetta è poco importante. Un’associazione “corporativa” dovrebbe avere questo obiettivo: essere laboratorio di esperienza o quanto meno qualcosa di più di un semplice brand. Deve dare dei contenuti e delle opportunità reali (formazione, lavoro, o altro ancora) a chi decide di farne parte. 

    Ritorno ad un invito già fatto tempo addietro: ha poco senso parlare di appartenenza a questa o quella categoria professionale. Gli Albi sono delle inutili caste non meritocratiche, in difesa di “privilegi” acquisiti non si sa bene a che titolo. Ha più senso, visti i tempi, riuscire a dimostrare le proprie capacità. Le associazioni “corporative” dovrebbero agevolare questo.

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