Infobesità e la necessità della slow-info

Su informazione e ruolo dei media ( di massa e individuali) ne parlano già in modo molto attento Luca De Biase e Pier Luca “Il Giornalaio” Santoro. Però il concetto di infobesità che ho trovato citato in un post di Amedeo Ricucci, mi ha particolarmente colpito.

Un tempo si diceva che per avere una visione il più possibile completa di un fatto/avvenimento, era necessario leggere e raccogliere informazioni da fonti diverse. Principio sostanzialmente ancora valido ma che, al motiplicarsi delle fonti, diventa sempre più difficile: un “bombardamento” informativo che non permette di smaltire e di trattenere solo ciò che ci serve, accumulandosi e riempiendoci di memi informativi non elaborabili e stratificati. Ci rende obesi.

Così come Slow-city e Slow-food nascono in reazione alla frenesia, sarebbe altrettanto necessario entrare in un’ottica di slow-info, dove il principio del “take your time” prevalga sulla paura di “viralizzazione” dell’informazione. Dove l’approfondimento venga prima dell’Agenzia. Dove non si legga un comunicato stampa del Ministero dell’Economia titolato “IERI IL PROFESSOR TREMONTI NON HA PRESO PARTE A NESSUNA CENA”. Dove chi fa informazione nelle aziende, nelle pubbliche amministrazioni, nei giornali ritrovi la capacità di capire che comunicare non è parlare.

Quindi, slow-info per tutti.

Contaminazioni Digitali in chiave Hip hop

Shin-B è una Master of Cerimonies koreana che vive a Los Angeles. Per il suo ultimo video ha chiesto l’aiuto di Duno Tran, un regista di video commerciali e musicali, per includere all’interno del clip i QR Code. Ogni QR visualizzato è utilizzabile per ottenere informazioni e contenuti aggiuntivi per rafforzare l’esperienza…

 

Il futuro del film making è crowd. Parola di IronSky

Crowdsourcing, crowdfunding, crowdinvesting. C’è chi di questi principi ne ha fatto un modello di business. Si tratta di Energia Production che con il suo prossimo film IronSky sta dimostrando che si può fare cinema in modo diverso.

  • Attraverso il Crowdsourcing hanno sviluppato le idee e coinvolto la loro audience nella produzione, coinvolgendola e rendendola parte nel progetto.
  • Il Crowdfunding ha permesso di raccogliere finanziamenti dagli utenti attraverso la vendita di gadget e l’accesso a contenuti esclusivi, come pezzi di girato e sequenze montate.
  • Infine, il crowdinvesting applicato, invece, nella scelta di molti finanziatori con piccole cifre rispetto all’aver pochi finanziatori a cui chiedere cifre importanti.

Certo, i tempi di produzione sono molto più lunghi. Ma il modello collaborativo e social adottato sta creando una tale attesa che l’uscita del film – prevista per il 2012 – sarà quasi sicuramente un successo. Quello che si percepisce, seguendo lo sviluppo, è il crescente coinvolgimento e l’attesa per l’uscita di questa produzione che è sentita come un lavoro di gruppo.

Il filmato “Producing with Audience” spiega il loro modello.

Storify: citizen journalism e collaborazione

Immaginate di poter avere uno strumento dove raccogliere tutti i materiali presenti in rete su un argomento di interesse.

Ecco in sintesi Storify, un social network di citizen journalism collaborativo che permette di ricercare le conversazioni ed i contenuti in tutti i principali social network e di aggiungerli ad un vostro post semplicemente trascinandoli e creando collegamenti alle diverse fonti.

Una volta creata la storia, Storify permette di condividerla in rete. L’aspetto ancor più interessante è che anche le storie di altri utenti possono essere utilizzate come fonti, stimolando di fatto collaborazioni e arricchimento.

Stando a quanto riporta Andrea Casaleggio, la piattaforma solo a marzo ha registrato 4 milioni di utenti attivi.

 

Sfiducia e superficialità: i dati

Quella che per me era una impressione, è stata comprovata al Forum della Comunicazione 2011. Ecco il resoconto di Business People:

L’era dei social network. Con l’avvento del web 2.0, ma soprattutto dei social network, farsi una reputazione è molto più facile. Ma le piattaforme stile Facebook possono essere un’arma a doppio taglio. “Per questo – spiega Fiorella Passoni – è fondamentale che l’azienda diventi protagonista della propria comunicazione perché, se non comunichi tu, lo farà qualcun altro per te”.

Anche in quanto alle fonti attenibili gli italiani si differenziano. Non si fidano dei giornali: solo il 15% crede ai quotidiani, contro il 26% di media europea e il 33% nel resto del mondo. Non va meglio alla tv e ai telegiornali (13% contro 27% e 31%) e radio (16% contro 26% e 27%). Neanche 2 su 3 si affidano ai periodici (24%), esattamente quanti si affidano invece ad un mezzo nuovo come i motori di ricerca (22% contro il 24% e il 29%). Poco creduti, ma la novità forse giustifica un certo scetticismo che coinvolge anche gli altri paesi, pure i blog (13%), i social network (7%) e i siti di condivisione contenuti come YouTube (12%). In ogni caso, per esser creduti in Italia bisogna soprattutto farsi sentire: 6 italiani su 10 dichiarano che per ritenere credibile un’informazione prima devono sentirla ripetere tra le 3 e le 5 volte, uno su dieci addirittura tra le 6 e le 9 volte.

Sembra vero, quindi, che Repetita Iuvant, come insegna la scuola comunicazione di  Goebbles Goebbels. Un meccanismo che permetterebbe ai PR di far credere facilmente che Gesù è morto di raffreddore. Un problema che pone questioni di etica di comunicazione e, nuovamente, di cultura.