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Social Media: solo il 16% misura il ROI, totalmente assenti nelle Intranet
Posted on October 2nd, 2009 No commentsSe prima era solo un sospetto ora è la certezza. Il ROI non è una prassi. Lo rileva la ricerca pubblicata su eMarketer: solo il 16% degli intervistati misura le azioni sui Social Media.

Un altro elemento rilevante che emerge è che i Social media sono quasi totalmente assenti nelle intranet aziendali, benché dopo il marketing l’internal collaboration and learning sia l’area aziendale che ne fa maggior utilizzo.
Leggendo i dati pubblicati emergono due aspetti:
1) I Social Media sono visti principalmente come strumento di marketing
2) I social Media non devono “sporcare” i sistemi aziendali. Infatti si rileva che o sono applicazioni a se stanti o sono sviluppati sul web. Non vengono mai integrati, ad esempio, nella Intranet
A questo si aggiunga che il ROI non è mai quasi misurato, ed ecco che si capisce perché c’è il rischio che molti progetti sui social media risultino fallimentari.
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Social Media e B2B, luci e ombre
Posted on July 16th, 2009 3 comments
image linked from PR-MEDIA BLOG
Attenzione, vi svelo un segreto: i social media si basano sulle persone! (che scoperta, eh?). Ve ne svelo (anzi vi ripeto quello che ho detto prima qui e poi qui) un altro: anche il B2B si basa sulla relazione tra le persone. Quindi condivido quanto dice Dirk Shaw su Social Media Today:
“The phrase B2b has always puzzled me; it implies that two businesses or logos are conducting a transaction. When in reality it is people who are making the decision.”
Gira e rigira la questione rimane sempre la stessa: è la relazione che conta. E se il Consumer riesce a sfruttare il social media per creare una relazione con migliaia/milioni di persone, perché non potrebbe sfruttarlo il B2B che dalla sua ha il vantaggio di avere un numero più contenuto di contatti?
Come è sottolineato da PR-SQUARED è una questione di mentalità:
“Arguments against tapping Social Media in B2B circles range from “we already know all of our customers” to “we have a very technical, specialized product” to “our customers are very conventional,” etc.”
Cambia la lingua, ma gli argomenti sono quelli che si sentono quotidianamente.
Tuttavia, è confortante leggere l’indagine di Forrester Research sui Buyer B2B. Alcune evidenze emerse dalla ricerca:
- 91% of these technology decision-makers were Spectators — the highest number I’ve ever seen in a Social Technographics Profile. This means you can count on the fact that your buyers are reading blogs, watching user generated video, and participating in other social media. Note that 69% of them said they were using this technology for business purposes.
- Only 5% are non-participants (Inactives).
- 55% of these decision-makers were in social networks (Joiners) — despite as mature businesspeople and not college students, you’d think they’d be participating a lot less.
- 43% are creating media (blogs, uploading videos or articles, etc.) and 58% are Critics, reacting to content they see in social formats. Again the numbers are very high compared to other groups we’ve surveyed, and again the level of participation for business purposes is also very high.
Chiaro è che non si deve farsi prendere da facili entusiasmi. Come evidenziato nell’articolo di Reid Carr, una strategia sui social media ha senso se il nostro target è on-line.
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Addio Web Advertising, non ci mancherai
Posted on March 23rd, 2009 3 comments
Il Web non è fatto per l’advertising. Come sostiene Eric Clemos (via Luca De Biase):
“The expected drop in internet advertising revenues this year was neither unpredictable nor unpredicted, nor was it caused solely by the general recession and the decline in retail sales […]Pushing a message at a potential customer when it has not been requested and when the consumer is in the midst of something else on the net, will fail as a major revenue source for most internet sites. This is particularly true when the consumer knows that the sponsor of the ad has paid to have this information, which was verified by no one, thrust at him.”
Come ho avuto modo di dire parlando di Facebook (commentando questo post e anche questo), stiamo parlando di uno scenario molto diverso rispetto alla fine degli anni 90 e agli inizi del 2000. La visione della comunicazione d’azienda deve essere rivista considerando che:
- L’informazione è decentrata. L’utente non è più solo fruitore di contenuti, ma li genera. Nella marea di informazioni e di messaggi che invadono il web, sono stati sviluppati filtri cognitivi che ci rendono impermeabili alla pubblicità. Anzi, di più. Siamo diventati refrattari a tutto ciò che ci viene imposto come comunicazione. O ne siamo partecipi, o non ce ne frega nulla. Se un banner o un qualsiasi AD mi rallenta il caricamento della pagina, non solo mi infastidisco, ma il brand di quel poveretto che ha investito riceve pure un danno di immagine.
- La brand awareness non passa più attraverso le impressions o i click through. E’ definita dalla conversazione tra gli utenti in rete.
- Il web è Relazione. Io azienda non sono un emittente, non sono un soggetto che comunica, ma un soggetto che fa parte di una conversazione dove il mio contributo vale in potenza tanto quanto quello di un singolo blogger. Quindi in rete si dovrò bandire la vecchia frase tanto cara a molti imprenditori “azienda leader nel proprio settore”. Se lo sei, ti verrà detto. Altrimenti non lo sei, mettiti l’animo in pace, stai sereno e fai il tuo lavoro.
- Il web non è altro rispetto all’off-line. La distinzione tra on-line e off-line è inesistente. Chi frequenta la rete sono le stesse persone che incontro ai meeting, ai convegni, al bar mentre bevo lo spritz. Non sono schizofrenici (mediamente) e in rete portano gli stessi valori e le stesse caratteristiche che hanno tutti i giorni. Allo stesso modo l’azienda è una, sia on sia off line. Gli interlocutori (il target) sono gli stessi. Quindi la mia immagine deve essere coerente su tutti i fronti. La mia comunicazione, nei contenuti ovvio non nelle forme, deve essere la stessa.
- Internet non è un medium (Giuseppe Meyer via IMLOG).
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Facebook mi perseguita!
Posted on March 6th, 2009 No comments
Capitano giorni in cui, per una qualche ragione, ovunque ti giri trovi sempre riferimenti ad uno stesso argomento.
Ieri per me è stata la giornata di Facebook. No, non perchè sia stato tutto il giono a girovagare per i contatti, ma perchè mi sono imbattuto più e più volte in post ed articoli focalizzati sul social network.
Inizio con il leggere Gianluca Diegoli che, su MiniMarketing, pone il quesito se convenga o meno essere presenti su Facebook (argomento che in parte ho trattato pochi giorni fa anche io).
Mi arriva, quindi, un alert di 01Net Blog con il post “Facebook Si o No?”. Qui, invece, si parla dei blocchi o meno del network in azienda (toh, mi ritorna qualcosa qui e qui).
Ancora, la newsletter di Ad Age Digital mi riporta il post “Facebook’s Changes Gives Brands More Freedom“; ottimo il sotto titolo “But Can Marketers Respect Social-Network Netiquette?“
Poi non ditemi che soffro di manie di persecuzione!
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Dimmi chi sei e ti darò ciò che vuoi. Lo Zen e l’arte delle Aree Riservate
Posted on January 14th, 2009 No commentsAnche oggi la mia casella postale è riempita al 50% di email alert che mi avvisa della disponibilità di materiali che possono interessarmi. Mi collego, vado nell’area download e… ALT! Se vuoi scaricarlo inserisci email e password! Chiudo la finestra e vado via…
Premessa. Il documento in questione è un report sulla Business Intelligence. Chi lo fornisce offre, gratuitamente, solo l’executive summary mentre per il report completo chiedono la bellezza di 92 euro + IVA. Relativamente all’executive summary non si ha nemmeno un minimo di informazione: numero di pagine, tipo di contenuto, niente…
Detto questo. Ma perché mai dovrei registrarmi per avere un executive summary? E’ come andare in negozio e lasciare la carta di credito solo per guardare gli scaffali.
Quella delle aree riservate è un po’ una moda. Costruite per monitorare gli accessi e il potenziale interesse ed, eventualmente, per avere i tuoi riferimenti affinché uno sprovveduto call center ti contatti, le Aree Riservate intese come “documenti ad accesso riservato” credo siano solo delle inutili perdite di tempo perché:
- interrompono il flusso di navigazione. Io utente arrivo nella pagina che mi interessa e, per poter leggerne i contenuti, devo spendere 5 minuti a compilare l’ennesimo form. Cerco da un’altra parte.
- Hanno mediamente un contenuto di scarso valore. Un area riservata che chiede i miei dati deve darmi informazione vera e contenuto utile. Che me ne faccio di un executive summary magari di una pagina dove si e no ti dicono “il mercato va bene, il mercato va male, siamo in recessione” ?
L’area riservata ha un reale significato quando al proprio interno custodisce informazioni riservate legate all’utente o l’accreditamento del visitatore permette di ergoare contenuti personalizzati allo stesso. Al contrario, non ha per nulla senso se il suo scopo è solo quello di far sapere al Marketing Manager che Pippo ha scaricato il contenuto Pluto ma non mi da alcun valore aggiunto.
Se il mio obiettivo è quello di generare business attraverso la vendita di contenuti (come nel caso di questa mattina) magari mi conviene adottare un approccio un po’ diverso. Ad esempio: dammi in consultazione on line il tuo report, e magari vendimi i dati di dettaglio o una versione che non sia il semplice PDF di quella on-line.
Tanto se non mi dai tu “gratis” le informazioni che cerco, me le vado a prendere da qualche altra parte: le relazioni e le reti esistono anche per questo.
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91 discutibili tesi per un marketing diverso
Posted on January 9th, 2009 No commentsNon amo fare le markette, ma quando si trova in rete qualcosa di geniale è un reato non farlo. E’ il caso del libro di [mini]marketing “91 discutibili tesi per un marketing diverso“. In poco più di 30 pagine, distribuite in Creative Commons, Gianluca Diegoli con la sua verve caratteristica e uno stile alla cluetrain manifesto propone degli spunti su come debba essere ripensato il marketing.Ecco solo alcune delle tesi che mi sento di sottoscrivere centinaia di volte (in realtà sottoscriverei tutto il libro, ma a questo punto scaricatelo
):Il marketing è morto in quanto sono esaurite le due condizioni che lo nutrivano: primo, che le persone non potessero parlare facilmente e direttamente loro, secondo, che il canale di trasmissione fosse concentrato, semplice e direttamente controllabile.
Le persone si relazionano prima di tutto con altre persone, non con aziende anonime. Incentivate le persone in azienda a partecipare liberamente alla conversazione, come singoli, senza divise e loghi. La conversazione aziendale passa solo attraverso le persone.
Non ha importanza il numero di ripetizioni del messaggio, soprattutto se non volete ascoltare la nostra risposta. Dopo il primo, diventa solo fastidio e rumore di fondo. Immaginate la vostra reazione se qualcuno vi chiedesse più volte la stessa cosa, e poi si disinteressasse della risposta. Uguale.
Non riuscirete più a separare la conversazione online dalla conversazione off-line. Ne esiste una sola.
Invece di pensare di “creare” nuove comunità, prendete in considerazione l’idea di incoraggiare quelle esistono. Il fatto che siano o meno all’interno del perimetro del vostro web aziendale non ha nessuna rilevanza.
Non esistono più clienti “top”: ognuno di loro potrebbe avere un blog e domani essere al numero 1 di Google con un racconto di come l’avete considerato insignificante. Se aveste aperto una conversazione in precedenza, avreste avuto una possibilità in più di conoscere in modo diverso il vostro interlocutore, e renderlo partecipe anziché antagonista.
E’ giusto bloccare l’accesso al web e ai social network in azienda, se non avete intenzione di partecipare alla conversazione nei prossimi dieci anni – oppure se preferite spendere più avanti cento volte il costo del tempo utilizzato in rete dai vostri dipendenti in formatori e consulenti, che gli insegneranno ciò che avrebbero potuto imparare da soli.
Ecco… il resto leggetevelo.
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“Basta così, grazie!”
Posted on December 7th, 2008 6 comments
Ho ricevuto un messaggio su Facebook da Alex Badalic in cui si sfogava del fatto che non ne può più della quantità esagerata di suggerimenti di amici, richieste di adesione a cause, inviti a gruppi… “BASTA COSI’, Grazie” Recitava l’oggetto del messaggio.
Un po’ lo capisco. Al crescere del numero di contatti le richieste diventano infinite e gestirle richiede tempo. E’ spam, a tutti gli effetti. Tuttavia è anche vero che, nel momento che si accetta un contatto, ci si apre a questo rischio.
Qualche mese fa, una mia amica mi pregò di evitare di inviargli messaggi da un gruppo. E io la accontentai. Lei addirittura si disicrisse dal gruppo per un periodo. Poi rientrò ma la lezione servì.Il rischio di un social network così esteso è proprio quello di lasciarsi prendere la mano nell’invio di tutte le “stupidaggini del caso”. Chiaro che se questi messaggi e richieste ti vengono da persone conosciute, hanno un impatto, se ti arrivano da sconosciuti che hai linkato ma di cui non hai alba, è un altro paio di maniche.
Nella lunga diatriba “meglio la quantità o la qualità?“, direi che preferisco la seconda. E dovrebbe essere un aspetto da tenere bene in considerazione anche quando si attivano iniziative di marketing che usano i Social Network. Sorrido al pensiero che molte aziende considerino Facebook ed i Social Network in genere come community su cui veicolare messaggi pubblicitari. Molti non si rendono conto che in realtà stanno proponendo una brand experience. E se non si sta attenti può essere deleterio.
















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