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  • Simply Itsme

    Posted on May 31st, 2010 Simone Favaro No comments

    “E’ la tecnologia che si deve adattare a noi, non noi alla tecnologia”. Un concetto  apparentemente banale, ma solo in apparenza, quello emerso ieri durante la lectio magistralis del prof. Giorgio De Michelis e di Luca De Biase che si è tenuta a Mirano (VE) in occasione del Festival della Formazione.

    Uno dei limiti della concezione odierna della tecnologia è il concetto di “utilizzo”. Ciascun strumento è concepito per una determinata funzione: devo scrivere un articolo, utilizzo word; devo fare di conto, utilizzo excel; devo preparare una presentazione, via di PPT. Ma cosa succede se devo gestire un “evento della vita” che richiede l’utilizzo di più strumenti? E cosa succede se ho più eventi da gestire contemporaneamente? Il risultato è che mi perdo in una miriade di applicativi indipendenti e produco una serie di informazioni e dati che, alla lunga, diventano dispersivi e la cui gestione ed il cui reperimento richiedono ingenti risorse cognitive e temporali, talvolta maggiori di quanto richiede l’evento stesso.

    itsme logo

    Ecco che arriva il progetto ITSME, coordinato proprio dal prof. De Michelis. Come si legge nel sito dedicato al progetto:

    Everything users do is in the context of the different stories they live with other people (sometimes, alone). Any of these stories is populated with all the items (objects of different types, people’s addresses, relevant URL’s, exchanged messages) created or imported during their experience and users need to have this information readily available, in the venues within which they are acting or interacting.

    Itsme è un sistema di nuova concezione basato su un concetto base: gestire gli eventi della vita di una persona attraverso luoghi in cui essi si svolgono. A sua volta ciascun luogo è descrivibile da sott-luoghi o oggetti. Un luogo è composto da azioni (mandare o rispondere ad una email, documenti, ecc.). Itsme consente, quindi, di gestire gli eventi / le storie della vita sulla base dell’esperienza dell’utente, diventando completamente personalizzabile.

    La prima release è prevista entro il 2010. Già oggi è disponibile un emulatore on-line.

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  • COMUNICARE IL 2.0

    Posted on August 24th, 2009 Simone Favaro 11 comments

    Dire che il web 2.0 è una rivoluzione è un falso e antieconomico. Parlare di 2.0 come evoluzione, aggiornamento tecnologico e non rivoluzione, significa inquadrare nei giusti limiti il fenomeno e agevolarne la diffusione nelle imprese.

    Se le parole hanno ancora una valenza (e a mio avviso ce l’hanno), la cosiddetta rivoluzione del 2.0 è una bufala di dimensioni galattiche.

    Ho avuto già modo di introdurre l’argomento e di essere accusato di eresia dai network-taliban. Resto tuttavia convinto che nell’avvento del 2.0 si registri SOLO un upgrade di natura tecnologica e non una reale rivoluzione, come spesso si tende a sottolineare.

    Partiamo dalla definizione di web 2.0 diffusa attraverso Wikipedia (Inglese):

    “Web 2.0″ refers to the second generation of web development and web design that facilitates information sharing, interoperability, user-centered design[1] and collaboration on the World Wide Web. The advent of Web 2.0 led to the development and evolution of web-based communities, hosted services, and web applications. Examples include social-networking sites, video-sharing sites, wikis, blogs, mashups and folksonomies.”

    Nella prima parte si parla di una “seconda generazione” di applicazioni web che facilitano la condivisione di informazioni, l’interoperabilità., la collaborazione sul Web.

    Io ho iniziato ad utilizzare la rete a fine degli anni 80 con il mio vecchio Commodore64 collegato ad un Adattatore Telematico (modem) , collegandomi a Videotel e BBS. Già allora esistevano le community, già allora si scambiavano informazioni. L’interfaccia, certo, era a caratteri, gli strumenti limitati, la diffusione della rete non era massiva e limitata ad un nucleo ristretto di utenti, ma la collaborazione esisteva.

    Negli anni successivi arrivò il Gopher e poi l’http e la possibilità di creare pagine web. La creazione richiedeva la conoscenza dell’HTML e competenze tecniche. Già a metà degli anni 90, molti host rendevano disponibili script in Perl per la gestione dei Forum e Javascript per l’aggiornamento delle news sul sito nonché le “bacheche” dei visitatori (preludio allo user-generated-content).

    La tecnologia era quella che era e richiedeva delle competenze sicuramente non alla portata di tutti. L’evoluzione tecnologica ha permesso, prima con strumenti WYSWYG e poi con applicativi web based di facilitare la pubblicazione di contenuti e questo ha dato una spinta all’accesso. Ma è una questione meramente tecnologica

    The term is now closely associated with Tim O’Reilly because of the O’Reilly Media Web 2.0 conference in 2004.[2][3] Although the term suggests a new version of the World Wide Web, it does not refer to an update to any technical specifications, but rather to cumulative changes in the ways software developers and end-users use the Web. Whether Web 2.0 is qualitatively different from prior web technologies has been challenged by World Wide Web inventor Tim Berners-Lee who called the term a “piece of jargon”[4].”

    Nell’opinione comune il web 2.0 non è un aggiornamento a nuove specifiche, ma dei cambiamenti comulativi nel modo di sviluppare il software e un uso del web non solo come fruitori, ma produttori. Ancora una volta, anche se si continua a sottolineare il contrario, è “solo” una questione tecnologica. Il web – il cui significato inglese, troppo spesso dimenticato, è “rete” guarda caso sinonimo di network e “Net” è inclusa anche nel termine interNET, la cui particella “inter” sottolinea lo scambio tra le reti – ha sempre avuto in sé queste potenzialità proprio per le caratteristiche insite di comunicazione punto-a-punto (siamo nel 99 quando fa la sua apparizione Napster). Chiaro, la tecnologia era ed è in continuo aggiornamento e con il passare degli anni e la creazione della cultura digitale si modifica. Ma il 2.0 non è una rivoluzione, ma solo un UPGRADE tecnologico.

    Il sottolineare questo fatto non è una mera speculazione filosofica. Ha dei profondi impatti anche a livello economico. Nel mondo dell’informatica un conto è parlare di  upgrade, un altro è parlare di nuova release. Il primo richiede sicuramente investimenti inferiori rispetto al secondo. Tanto che, nel mondo business, prima di passare ad una nuova release le aziende devono essere costrette con la forza perché richiede costi di istallazione, avviamento e formazione.

    Ecco che anche da un punto di vista di comunicazione è opportuno continuare a parlare di web e di nuove potenzialità, piuttosto di annullare i punti di riferimento che a fatica le aziende hanno iniziato a far proprie per tentare di introdurre una nuova “filosofia”. Non per niente mentre alcuni parlano già di web 3.0, le aziende fanno ancora fatica ad abbandonare l’1.0. Ora se la definizione di 2.0 resta come gergo tecnico di progettazione e per addetti ai lavori, è un conto. Ma se riempiamo la testa dei nostri interlocutori con tassonomie e finte rivoluzioni, rischiamo di perdere mercato potenziale.

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